Il futuro del lavoro è diverso da come lo immagini




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Si parla molto del futuro del lavoro – o del lavoro del futuro – in questi tempi di grande disoccupazione. Quelli che affermano con sicumera “in futuro non ci sarà più lavoro” sono solo persone che per vivere devono spararla grossa, altrimenti nessuno comprerebbe più i loro libri, non li inviterebbero ai convegni, in televisione eccetera. Spazzata questa “fuffa”, cerchiamo di indovinare insieme il futuro… guardando il presente.

La società attuale si fonda su alcuni asset senza i quali non potrebbe andare avanti. Questi pilastri sono: telecomunicazioni, politica, energia, economia, lavoro. Tutti – e sottolineo tutti – sono in crisi, o meglio stanno attraversando una fase di profondo cambiamento e quando cambiano le fondamenta di una società civile, è normale profetizzare un futuro molto diverso per la società stessa, un cambiamento profondo anche per l’essere umano inteso come individuo (c’è chi chiama questa “l’era della speciazione”, cioè del cambio di specie). In questo post proverò ad analizzare questi fondamentali uno a uno, tenendo a mente che questa vuole solo essere una “passeggiata” nel futuro molto sui generis, ché su ogni argomento si potrebbe dibattere per giorni, mesi, anni…

La terza rivoluzione industriale è opera degli esseri umani

I più giovani forse non lo sanno, ma tutti i grandi vantaggi di cui usufruiscono oggi grazie alle tecnologie, esistono solo perché esiste il software open source, cioè il software libero. Il web e facebook, Google, Amazon, la posta elettronica, solo per citare l’infrastruttura base e i suoi servizi più diffusi, fanno massiccio uso di software libero e senza di questo non sarebbero probabilmente mai nati, o forse sarebbero nati comunque ma molti anni più tardi, oppure sarebbero stati a beneficio solo di una ristretta élite di persone, quella con i soldi necessari per poterseli permettere, ma in questo caso non avrebbero rivoluzionato il mondo intero, solo una minuscola parte di esso.

Gli stessi smartphone avrebbero avuto medesima sorte. Quando Apple dieci anni fa presentò l’iPhone, rivoluzionando il mondo della telefonia mobile, non avrebbe potuto farlo se al suo hardware non avesse associato un software – cioè un sistema operativo – e iOS non sarebbe potuto esistere se non si fosse basato su un software libero, nella fattispecie il sistema FreeBSD. Magari avrebbero potuto farlo comunque, ma dieci anni più tardi, cioè oggi, ma la Apple di allora non navigava in buone acque ed è quindi probabile che non avrebbe potuto sopportare finanziariamente dieci anni di ricerca senza guadagni per tirare fuori il software in grado di far funzionare l’iPhone. Lo stesso dicasi per Android, che senza Linux non sarebbe mai esistito. No software libero, no smartphone, no web; la storia è questa e non si può modificare.

Il software libero è nato dagli esseri umani quasi senza alcun supporto economico esterno (i precursori di questo hanno mosso i primi passi nelle Università pubbliche o negli Enti di ricerca non governativi), è in grado di rigenerarsi quando vuole (perché le licenze GPL consentono a chiunque un riutilizzo del software creato da altri), non ha bisogno di strette strutture gerarchiche e non può diventare di proprietà esclusiva di qualcuno, essendo disponibile per tutti alle stesse condizioni. Ne consegue l’affermazione di partenza, cioè che siano stati proprio gli esseri umani – e non le corporation – a dare il via alla terza rivoluzione industriale, grazie a quello che potremmo definire “human generated software”. Gli uomini che sono stati in grado di fare questo, hanno capito anche un’altra lezione…

Gli esseri umani non hanno bisogno di partiti politici per governarsi

Se guardiamo ad esempio alle sole elezioni amministrative italiane – cioè ai dati di tutti gli 8.000 Comuni del paese – il dato che i nostri politici si guardano bene dall’evidenziare è invece quello più importante, cioè il fatto che molti Comuni anche rilevanti sono oggi amministrati – da uno o due mandati – da liste civiche. Certo, in queste liste vi sono molte persone che hanno fatto parte in precedenza di Partiti di diversa estrazione – e questo è un bene perché chi sa fare politica serve eccome, non si può essere governati da incapaci – ma il messaggio è piuttosto chiaro: i cittadini, riunitisi in coalizioni di persone con diversa estrazione politica, non hanno bisogno di un Partito tradizionale di riferimento per governarsi, possono farlo benissimo da soli. Questo non era così difficile da prevedere: siamo stati in gradi di costruirci da soli la tecnologia del futuro che domina il mondo intero, figuriamoci se non siamo in grado di amministrare Comuni che, in buona parte dei casi, contano 100.000 persone al massimo.

L’uomo del futuro potrà quindi tranquillamente affrancarsi dai “politici di professione” come li conosciamo oggi, facendosi ovviamente aiutare dalla tecnologia, in particolar modo dall’Intelligenza Artificiale e da altre rivoluzioni tecnologiche di cui parlo tra poco. Ma anche l’Intelligenza Artificiale (in soldoni, una serie di algoritmi che dicono alle macchine di imparare a generare altri algoritmi come quelli di partenza se non più sofisticati), è una “human generated intelligence”, perché tutto parte da algoritmi di base scritti dall’uomo. Qualcuno, infatti, già parla di “algocrazia”, cioè di democrazia generata dagli algoritmi, modelli matematici che si basano sui big data riguardanti, pensate un po’, proprio i comportamenti umani, studi etnografici, antropologici, demografici e simili. Lo stesso Movimento 5 Stelle (tanto per farmi un po’ di amici…) non è altro che un algoritmo, che però va a beneficio di una società di marketing e non dei cittadini e per questo destinato al fallimento dopo un periodo di (vana) gloria, è solo questione di tempo.

Questa “human generated politics”, se ci pensate, è già in atto e non solo per via delle Liste Civiche che governano i piccoli Comuni. La terza guerra mondiale è stata infatti evitata, almeno fino ad ora, non grazie all’intervento della Nato, della UE o di nazioni come Italia, Germania, Francia o altre e nemmeno grazie agli interventi militari di Russia e Stati Uniti d’America (figuriamoci!), ma solo ed esclusivamente grazie al popolo di una piccola isola chiamata Lampedusa. Siamo sempre noi, i singoli cittadini, a poter decidere le sorti del mondo intero, dobbiamo solo capacitarci di questo e comprendere che siamo su questo pianeta non per prevalere sugli altri, ma per aiutare gli altri.

Anche l’energia e l’economia, possiamo farcele da soli

Tra i settori tecnologici maggiormente in crescita – oltre alla già citata Intelligenza Artificiale – ci sono quelli che riguardano l’ambiente, l’energia e l’economia. Tra mirabolanti accumulatori di energia di nuova generazione, impianti fotovoltaici sempre più efficienti, pale eoliche ormai grandi quanto un robot aspirapolvere e installabili su qualsiasi tetto e il concetto delle smart grid, non ci vorrà poi molto affinché gli esseri umani diventino quasi del tutto autosufficienti dal punto di vista energetico, ovvero che si possano affrancare da un tradizionale gestore di energia. Le conseguenze di questa rivoluzione sono tutte da studiare e ipotizzare, ma sono davvero affascinanti, specialmente per ciò che riguarda l’inquinamento che potrebbe essere davvero abbattuto salvando così il pianeta, sempre se siamo ancora in tempo…

Per ciò che riguarda l’economia, nemmeno a dirlo, tutto è profondamente in discussione. Una tecnologia come la blockchain rischia di spazzare via i pilastri di questo settore, dalle banche ai notai tanto per citarne un paio, così come le criptovalute, unite a sempre più sofisticati sistemi di pagamenti in mobilità e alle tante, continue proposte delle startup attive nel settore fintech, finiranno per rendere gli umani in grado di crearsi da soli la moneta, di gestirla, di scambiarla, investirci sopra… altro che spread! In fondo, sistemi di social lending come Smartika, di investimenti alternativi come Housers, di equity crowdfunding come Mamacrowd, non sono altro che esempi di “human generated economics” e la rivoluzione è appena agli inizi…

L’uomo, da sempre, scava le buche per avere buche da riempire…

Eccomi quindi a parlare del lavoro del futuro. Le tecnologie cancelleranno molti lavori, cioè professioni, ma questo l’hanno sempre fatto. Non ho letto nella storia di proteste in piazza quando a restare senza lavoro (o meglio, senza QUEL lavoro) furono le signorine che scambiavano a mano i fili nelle centrali telefoniche per permetterci di fare una chiamata, oppure quelli che spegnevano le lampade a olio dei lampioni lungo le strade. Invece, guardando al futuro con una buona dose di realismo (cari Sindacati…), pensare che la massima realizzazione per un uomo sia quella di trovare un lavoro a tempo indeterminato in una fabbrica per otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, a compiere alienanti processi produttivi ripetitivi, in un ambiente dove d’estate ci sono quarantacinque gradi e se ti dice male ti prendi anche un cancro per via di esalazioni nocive… beh, è da pazzi criminali!

Gli esseri umani hanno creato da soli i lavori degli ultimi due decenni, lavori che prima non esistevano; i blogger, gli youtuber, gli instagrammer, gli influencer, il SEO specialist, il “social media coso”, l’antico “omino dell’acqua” che è diventato il fattorino del food delivery, la tradizionale segretaria del “capo” che oggi è un servizio offerto in modalità virtuale da un call center, mentre l’aspirante scrittore non spedisce più manoscritti alle case editrici ma si dà al “self publishing”. Per il futuro possiamo prevedere il modellatore e stampatore di oggetti in 3D, l’agricoltore genetista, il cyber poliziotto, l’analista di big data, il manutentore di robot del sesso e tantissimi altri, per non parlare di coach, guru e trainer che fanno tutto da soli, senza bisogno di una scuola a supporto (un argomento sul quale vi farò una sorpresa, prossimamente su questi schermi). Tutto ciò mentre, naturalmente, le macchine prenderanno il nostro posto nei lavori automatizzabili.

L’essere umano, quindi, scardinerà le fondamenta del lavoro come lo conosciamo oggi, perché sarà anche questo generato dagli umani. L’uomo sarà in grado di autogestirsi in ogni aspetto della sua vita, dalla tecnologia alla politica, dall’energia all’economia, fino appunto al lavoro (è tutto collegato, amico mio, bisogna solo vederlo dall’alto per capirlo…). Questo scenario fa ovviamente paura a chi oggi detiene il potere – perché lo stesso si basa su assi portanti che stanno per essere scardinati – e fa di tutto pur di mantenerli e se il prezzo da pagare è la vita di qualche milione di cittadini, non gli interessa. Non è però una questione di “complotto mondiale totale”, è che siamo stati noi, sempre noi a dare a queste persone il potere, facendolo ovviamente in buona fede, ma adesso c’è tutto un mondo che sta costruendo il suo futuro da solo e sta dando il benservito al “vecchio”, incluso chi si è approfittato dal potere ottenuto per fare esclusivamente i suoi interessi. Come cantava quella vecchia canzone: people have the power!

Riuscirà davvero l’essere umano a fare tutto questo?

L’unica cosa sicura, al momento, è che questa sfida non si può non accettare, è un privilegio che probabilmente non ricapiterà più nella storia umana, è affascinante e non possiamo starcene da una parte a guardare, ma dobbiamo sporcarci le mani, darci da fare, riflettere e provare, fallire e riprovare, osservare, studiare e chiederci cosa possiamo fare noi, perché i veri sconfitti del futuro (oltre ai “potenti” di oggi) saranno quelli che adesso fanno una cosa sola, stanno lì a lamentarsi della crisi… garantito al limone!





     

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