Pagamenti tracciati: a chi convengono davvero?




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Pagamenti tracciatiGoverno che viene, usanza che trovi. Non passa legislatura in Italia che non intervenga sulle tematiche economiche, come è giusto che sia, ma ogni volta, inevitabilmente, le manovre governative che incidono sulle tasche degli italiani finiscono per scontentare parecchi e accontentare pochi e questi ultimi, chissà perché, sono sempre i soliti noti…

Il nuovo Governo in carica non ha ancora ovviamente prodotto alcuna manovra fiscale, ma tramite i suoi esponenti di spicco si è lasciato andare ad alcune dichiarazioni su vari temi che hanno a che fare con l’economia in generale (ad esempio i tetti alle pensioni) e uno di questi temi mi sta particolarmente a cuore, la limitazione del denaro contante e i pagamenti tracciati.

Usare pagamenti in contanti, conviene?

Non voglio dare la stura a celebri “infografiche” che girano sui social network e inneggiano al solito complotto sui costi aggiuntivi (tutti da verificare, in gran parte inesistenti e risibili) che gli italiani dovrebbero sostenere pagando con carte di credito o di debito; voglio invece parlare del fatto che la UE – della quale facciamo parte addirittura come Paese fondatore, ci piaccia o meno – sulla questione ha per fortuna le idee piuttosto chiare e sono tutte volte a favorire i pagamenti elettronici a danno di quelli in contante. Solo per questo motivo – e cioè per non incorrere in una futura procedura di infrazione di normative comunitarie – come Italia dovremmo andare nella stessa direzione, ma i nostri nuovi governanti non sembrano proprio di questo avviso. In precedenza fu il governo Renzi ad alzare il limite dei pagamenti in contanti da 1.000 a 3.000 euro, ora addirittura si ipotizza di togliere qualsiasi limite. Non parliamo poi dell’obbligo di accettare pagamenti con il Pos; da una giusta sanzione per chi non lo accetta, si è passati a una quasi totale depenalizzazione di questo, ma sull’argomento dovrà decidere il nuovo esecutivo (e allora ti voglio…).

Sull’utilizzo del Pos nei pubblici esercizi siamo tremendamente indietro rispetto ad altri paesi europei, con una media nazionale di poco meno di 1.400 operazioni l’anno per terminale, contro le 3.000 della Germania, 6.000 di Parigi e addirittura 13.000 in Olanda. Gli italiani, quindi, preferiscono pagare in contanti ben 86 volte su 100, una percentuale inferiore della metà rispetto ai cittadini francesi e appena un terzo rispetto a quelli olandesi. Questo dato comporta un costo molto chiaro, ben 24 miliardi di euro in meno di gettito fiscale dovuto all’evasione, perché i pagamenti non tracciati fomentano l’evasione, i pagamenti illeciti, quindi “pizzo”, tangenti, acquisto di merci contraffatte, illegalità in generale. Inoltre, il costo della gestione e del trasporto dei contanti (in carta e metalli) è in Italia di circa 9 miliardi di euro l’anno, che potrebbero dimezzarsi riducendo l’uso contanti già soltanto di un 30%. Ad esempio la startup Centy – alla quale auguro tutto il successo possibile – ha calcolato come vi sia in Italia almeno 1 miliardo di euro non utilizzato perché suddiviso in monete da 1, 2 o 5 centesimi che marciscono nelle tasche degli italiani, denaro che la startup punta ovviamente a recuperare per rimetterlo in circolo nell’economia nazionale.

Cosa potremmo fare con 30 miliardi di euro l’anno in più?

Tante bellissime cose, ognuno pensi alla spesa pubblica che ritiene più urgente, dalla manutenzione delle scuole all’assistenza ai disabili, dalla riduzione dei costi per la sanità pubblica a interventi culturali, dalle infrastrutture alla digitalizzazione della pubblica amministrazione. Eppure il popolino preferisce credere che dietro i pagamenti tracciabili, avvengano essi con assegni, bonifici, carte di debito e credito varie, ci sia un mostro intento a rubarci i soldi, ma il mostro è proprio chi preferisce pagare in contanti sempre e comunque e così evitare un risparmio di 30 miliardi di euro che potremmo usare per cose decisamente importanti e anche fondamentali per il paese, il suo presente e il suo futuro. Poi, per assurdo ma è così, ci sono centinaia di migliaia di giovanissimi che utilizzano il credito della SIM telefonica ricaricabile come fosse un piccolo borsellino, con dentro cifre a volte di diverse centinaia di euro, non curandosi minimamente né della scarsissima sicurezza di questo atipico mezzo di “deposito” di denaro, né dei suoi costi, né delle tematiche di privacy, cioè di utilizzo dei loro dati personali, incluso quanto denaro hanno “caricato” sulla scheda telefonica.

Ovviamente, non è possibile eliminare del tutto l’utilizzo del contante. Chiunque deve essere libero di entrare in un bar e comprare un caffè con la sua monetina da un euro, oppure fare benzina con una banconota da venti, acquistare una ricarica per il cellulare in tabaccheria con dieci, pagare la bolletta della luce in contanti allo sportello postale (che sarebbe comunque un pagamento tracciato). Il punto è che favorendo i pagamenti elettronici, non solo andremmo tutti a risparmiare le enormi cifre sopra indicate, ma andremmo anche a limitare il nero, cioè l’evasione fiscale, nella speranza che un maggiore introito di tasse nelle tasche dello Stato, si tramuti immediatamente in una minore pressione fiscale per tutti.

Il metodo di pagamento come elemento di valore per i professionisti

Se ogni volta che ognuno di noi volesse cedere al ricatto del pagamento in contanti per ottenere uno sconto, non potesse invece farlo perché obbligato a pagare con carta o assegno, siamo sicuri che questo comporterebbe necessariamente un innalzamento dei costi? Io credo proprio di no, non solo perché lo Stato incasserebbe più soldi con pagamenti tracciati potendo così abbassare le tasse ma, soprattutto, perché la stragrande maggioranza dei professionisti italiani sono persone oneste che praticano sempre lo stesso prezzo e rilasciano regolare fattura, che si paghi in contanti o meno. Una buona prassi – questa sì enormemente conveniente per le tasche di tutti – sarebbe quella di non rivolgersi più a chi non permette di pagare in metodi diversi dal contante, oppure arrivare addirittura a non pagare chi non ci permette di farlo con argomentazioni volte a favorire il pagamento irregolare. Certo, se i legislatori si mettono di traverso favorendo chi vuole fare il “nero”, allora siamo messi davvero male…

In altri paesi, come visto sopra, pagare con carta è ormai prassi diffusa e ci si paga di tutto, di qualsiasi importo e natura. Da noi il problema è che neanche i professionisti hanno capito come, accettando i pagamenti con carta, potrebbero riuscire a elevarsi rispetto alla concorrenza; questo perché, visto che la stragrande maggioranza degli italiani è costretta a pagare in contanti, cosa succederebbe se un qualsiasi commerciante, pur praticando lo stesso prezzo al cliente finale, facesse pagare con carta di credito o debito senza alcun problema? Succederebbe che starebbe – addirittura! – offrendo un servizio in più rispetto ai concorrenti, servizio tra l’altro comodo, perché molte persone con non elevatissima capacità di spesa, pagando con carta di credito potrebbero posticipare il prelievo di denaro dai loro conti correnti al mese successivo, potendo così affrontare comunque una spesa necessaria ad esempio in un momento di difficoltà, senza dover attendere il celebre accredito mensile dello stipendio.

Se il tuo problema è una piccola percentuale, allora puoi anche chiudere

Questo è un tasto dolente ma io, mi dispiace, non la tocco piano. Se tu commerciante, artigiano, libero professionista, ritieni che la commissione che devi pagare per accettare carte di credito (che va da un minimo dello 0,8% a un massimo del 3,5%) sia deleteria per i tuoi affari al punto di essere inaccettabile e che vada a intaccare in modo significativo i tuoi margini, allora è meglio che cambi mestiere. Lo dico perché è evidente come percentuali così irrisorie non possano e non debbano crearti problemi economici, altrimenti vuol dire che hai completamente sbagliato politiche di prezzi, non sai realmente marginare su ciò che vendi, probabilmente hai scelto la professione sbagliata. Se invece vogliamo dirla tutta, il tuo vero problema non è la percentuale che paghi all’istituto emittente della carta, ma è che il pagamento con carta è tracciato e quindi ci devi pagare le tasse!

Ora, tutti sappiamo come le tasse che si pagano in Italia sono a un livello indecoroso e inaccettabile (soprattutto se paragonate a ciò che lo Stato ci dà in cambio delle imposte, cioè poco o nulla), ma un conto è cercare, con l’aiuto di esperti commercialisti e fiscalisti, di pagare meno tasse possibili, un conto è mettere in atto azioni che sono deleterie per il business e per le tasche di tutti, come non accettare pagamenti tracciati o evadere le tasse del tutto. Comprendo benissimo come la nostra classe politica – piena zeppa di persone che sono state o sono denunciate e/o condannate per una lunghissima serie di reati, inclusi soprattutto quelli di tipo economico/fiscale – non sia di buon esempio, anzi, invogli a comportarsi come loro, però delle due l’una: o ci comportiamo virtuosamente e poi possiamo affermare a testa alta “Governo ladro!”, oppure facciamo “i furbi” anche noi ma poi, almeno, dovremmo avere la dignità di non lamentarci, perché sarebbe decisamente ipocrita.

L’evoluzione dei pagamenti va di pari passo con lo sviluppo degli affari

A un evento a cui ho partecipato di recente, ho avuto modo di conoscere almeno due società che offrono gateway di pagamento online, sistemi che includono addirittura la possibilità di accettare pagamenti in criptovalute! Certo questo per i professionisti italiani è fantascienza, ma io mi chiedo se chi fa commercio abbia mai sentito parlare di Pay with Google, di Apple Pay, Samsung Pay, dei pagamenti via Paypal ecc. Per accettare denaro tramite questi sistemi, il costo è davvero ridottissimo, parliamo di commissioni simili a quelle in vigore per le carte di credito e di canoni mensili (quando previsti) nell’ordine dei 10 euro. Ora, nell’era del commercio elettronico globale, il consumatore medio moderno da chi preferisce comprare? Da chi gli chiede di pagare sempre e comunque in contanti, oppure da chi sta al passo con i tempi e gli consente di effettuare la transazione con due o tre metodi digitali diversi?

Con l’aumento costante delle transazioni in cripovalute, inoltre, si apre una nicchia di mercato davvero molto interessante. Chi possiede o fa trading di criptovalute, infatti, è mediamente una persona con competenze tecnologiche e possibilità di spesa un po’ più alte rispetto alla media. Ora, cosa aspettano i fornitori di prodotti e servizi hi-tech e chi opera nel mondo del lusso, a offrire a queste persone la possibilità di effettuare acquisti in criptovalute? Che io sappia, non esistono provider che consentono di pagare l’abbonamento a Internet in criptovalute e nemmeno venditori di preziosi che permettono ai loro utenti la stessa cosa. Non capite l’opportunità? È meglio farlo ora, subito, adesso, per intercettare una nicchia di utenti alto-spendenti che sta crescendo, che essere costretti domani a rincorrere i concorrenti, quando ormai saranno inarrivabili!

Le tecnologie oggi esistenti consentono di accettare assegni in tutta sicurezza, di farsi pagare con bonifico bancario ricevendo la valuta praticamente in tempo reale, di permettere ai clienti di pagare via smartphone in tanti modi diversi sostenendo il costo di piccolissime commissioni, di accettare pagamenti in criptovalute. Non fare tutto questo significa, né più né meno… mandare via i clienti! Se il costo per fare questo ti sembra alto o se non riesci a sostenere la pressione fiscale accettando solo lavori pagati regolarmente e quindi tassati, sappi che da qui a breve non avrai più di questi problemi, perché i clienti fuggiranno da te e andranno verso concorrenti più onesti e moderni; è solo questione di tempo e, come sempre è… garantito al limone!





     

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