Perché il tuo negozio chiuderà mentre altri apriranno al posto tuo




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Negozi similiSe un prodotto o servizio è gratis, la merce sei tu. Potrei concludere il post con questo antico adagio del marketing e lasciarvi a riflettere sul suo significato e su quanto questo pesi nella vostra vita professionale e umana, ma non vorrete mica togliermi il gusto di tediarvi con uno dei miei lunghissimi scritti, vero?

La risposta alla domanda che dà il titolo all’articolo è comunque davvero tutta nella citazione di apertura, ma soprattutto è la vera risposta alla domanda che in molti si fanno da tempo:

“Come fanno tutti questi extracomunitari a aprire negozi su negozi, mentre quelli degli italiani chiudono?”

Premesso che non c’è nulla di male nel vedere cittadini provenienti dall’estero crearsi un futuro nella nostra nazione (anzi, benvenuti!), ho comunque deciso di svelarvi questo arcano, soprattutto perché è vero, è tremendamente vero come in futuro questa realtà sarà ancora più marcata: gli italiani chiuderanno, gli “stranieri” apriranno al posto loro. Indovinate di chi è la colpa? Ma degli italiani, ovviamente! Per capire il come e il perché questo è accaduto, accade e accadrà, prima di tutto bisogna smontare le leggende metropolitane che gravitano attorno al commercio in mani non italiane. Per farlo miscelerò tra loro queste favole con una sola affermazione da molti considerata ormai come una verità assodata:

“Gli stranieri non pagano le tasse, lavorano in nero, aprono grazie a fondi neri/soldi della mala/soldi della prostituzione/della droga, non fanno gli scontrini, non rispettano le regole eccetera”

Questa affermazione è in parte vera. Per gli italiani. Per me che vivo a Roma basta aprire un qualsiasi giornale con la cronaca locale, per vedere ogni santo giorno notizie che riguardano esercizi commerciali chiusi perché finanziati da clan mafiosi o malavitosi in generale, per il mancato rispetto di elementari regole del commercio o dell’igiene, per la mancata emissione di scontrini, per l’accertata presenza di lavoratori non in regola e via discorrendo. Tutti negozi italianissimi, gli stessi che periodicamente, proprio come quelli degli stranieri brutti e cattivi, cambiano denominazione sociale per usufruire di sgravi fiscali, quando addirittura non falliscono per non pagare più i creditori, ma in questo caso parliamo di escamotage in grande stile.

Tra i commercianti italiani e stranieri truffaldini c’è quindi totale armonia quando si tratta di fregare lo Stato e con esso il prossimo (cioè tu, io, i nostri amici e parenti), mentre gli italiani onesti hanno una marcia in meno rispetto agli altri perché ancora non hanno capito – o fanno finta di non capire – come sia stato possibile che interi settori merceologici siano finiti in mani straniere. Il discorso è ovviamente lungo, lunghissimo, tocca molti settori differenti e non ho assolutamente la presunzione di volerli esaminare tutti – ci vorrebbe un libro di centinaia di pagine o un seminario di un mese almeno – ma c’è un aspetto in particolare che a mio avviso è quello che più di tutti gli altri alimenta il “problema”, sempre se così lo vogliamo chiamare, perché è quello che crea una vera e propria cultura, crea cioè l’abitudine e quando tu invece di creare un prodotto o un servizio crei una abitudine, hai vinto, o hai perso, dipende dai punti di vista (magari su questo farò un altro post se l’idea vi aggrada).

“L’abitudine a determinate tipologie di prodotti, ha spianato la strada all’abitudine verso determinate tipologie di esercizi commerciali”

Questa è la verità nuda e cruda, questo è il “mea culpa” che devono recitare i commercianti italiani. I settori merceologici che sono infatti finiti quasi per intero nelle mani di stranieri, sono quelli dove gli italiani hanno per primi accettato la cultura –  e quindi creato l’abitudine – verso prodotti diversi da quelli trattati in precedenza:
– i negozi di scarpe si sono riempiti di prodotti made in Cina, India, Vietnam (seppure venduti con brand italiani o internazionali famosissimi!);
– i negozi di casalinghi e i ferramenta si sono riempiti di prodotti made in Cina;
– i negozi di frutta e verdura si sono riempiti di prodotti provenienti da… posti che è meglio non citare quando addirittura non se ne conosce l’origine;
– i negozi di estetica e i saloni di bellezza si sono riempiti di prodotti made in Cina, Bangladesh, India;
… e potrei continuare ché la lista non finisce mica qui.

I commercianti italiani hanno quindi iniziato ad accettare nei loro scaffali prodotti quasi sempre di qualità a dir poco infima (quando non di provenienza addirittura illegale), ovviamente guardandosi bene dall’abbassare i prezzi o i loro margini. Con la scusa de “le tasse, la kasta e il governo ladro”, invece di di formarsi (leggi qui), aggiornarsi, specializzarsi, cambiare (leggi anche qui) seguendo e interpretando le mutazioni del mercato (l’ho scritto qui!), hanno di fatto creato la cultura del prodotto di bassa qualità e, come detto, creato l’abitudine verso questa tipologia di prodotti, verso il basso. Chi, infatti, ha vinto la sfida della “crisi” negli ultimi anni? Solo chi si è spinto verso l’alto, verso la specializzazione, verso l’export del made in Italy (+122 miliardi di euro nel 2015!) mentre tutti quelli che hanno preso il peggio dalla c.d. globalizzazione, si sono rovinati con le loro stesse mani.

A questo punto bisogna domandarsi quanto segue: il cliente italiano medio, tra un negozio italiano pieno di schifezze made in “altrove” e un negozio straniero pieno delle medesime schifezze, dove andrà a acquistare? Ovviamente nella seconda tipologia di negozi, perché come gli italiani sono negozi vecchi e brutti anche quando appena nati, perché come gli italiani difficilmente dicono “buongiorno” a un cliente quando questi entra in negozio, perché come gli italiani mugugnano quando gli si chiede lo scontrino e via discorrendo. Ecco allora come il suddetto italiano medio, da sempre pieno di rancore e di complessi di inferiorità, preferisca dare i suoi soldi al “povero indianino” invece che al commerciante italiano visto come un evasore “che si lamenta tanto però si appena rifatto il SUV”. Il capolavoro è compiuto! A questo punto qualcuno obietterà:

“Ma, però, insomma, gli italiani in tempi di crisi non hanno un euro in tasca, non possono permettersi di comprare merce più costosa!”

Balle, straordinarie balle. Gli italiani della crisi sono quelli che nel primo trimestre del 2016 hanno fatto registrare nel risparmio gestito una raccolta positiva per 26,7 miliardi di euro. Avete letto bene, quasi 30 miliardi di euro di risparmi accantonati in tre mesi in un paese di 60 milioni di abitanti. Detto questo, cioè detto che la vera crisi riguarda soltanto una parte della popolazione e che questa parte non è così numerosa come si voglia credere, facciamoci un’altra domanda: perché i commercianti italiani non si sono rivolti all’altra parte della popolazione, cioè quella ricca, benestante, quella che invece ha approfittato della congiuntura negativa per arricchirsi ancora di più, o quella (numerosissima!) che è riuscita a mantenere il suo tradizionale stile di vita tagliando le spese inutili?

Perché – e anche questo è davvero troppo italiano, per dirla con Stanis La Rochelle – è molto più facile fare le vittime, è molto più facile puntare verso il basso, puntare al risparmio sugli acquisti di merce di qualità infima lasciando inalterati i profitti, che non fare quanto detto sopra (cioè scuotersi, studiare, cambiare, investire eccetera eccetera). Peccato che questo comportamento abbia avuto come risultato quello di creare l’abitudine al “povero”, al low cost, al negozio poco curato e anzi dismesso e allora, come visto sopra, per i clienti tanto vale rivolgersi a chi punta addirittura più in basso ottenendo in cambio un ulteriore risparmio (che poi è un risparmio “di pulcinella” visto che i prodotti di bassa qualità valgono poco quanto costano, ma questo è un altro discorso).

“Volete sapere quale sarà il prossimo settore merceologico a finire interamente (già lo è in parte) a commercianti non italiani?”

Quello della telefonia. I pochi negozi di telefonia multibrand rimasti in attività (cioè quelli non appartenenti alle big delle telecomunicazioni), stanno iniziando, proprio come i famigerati “bangla”, a accettare come “regalo” le SIM card di compagnie straniere che attualmente hanno come target il solo mercato “etnico” ma in futuro, chissà, potrebbero rivolgere la loro attenzione anche agli utenti nazionali con offerte ad hoc. Peccato che anche in questo caso “la merce sei tu”, commerciante italiano, perché quando poi aprirà di fronte a te uno straniero che venderà i tuoi stessi prodotti stranieri, dai telefonini alle carte SIM e questi starà aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, poi non ti lamentare se dovrai chiudere, dovevi pensarci prima di accettare queste “caramelle dagli sconosciuti”, invece magari di rivolgere la tua attenzione a fornitori italiani che non hai accettato perché costavano di più o ti chiedevano un investimento minimo.

Tutto questo mentre fuori dal tuo negozio ci sono tanti italiani che camminano e sono in cerca di prodotti di qualità, di un commerciante competente con il quale parlare, di un fornitore che in caso di problemi non lo costringa a buttare quanto ha comprato per mancanza di assistenza o a parlare con un call center dell’est europeo, clienti che nell’era dell’e-commerce e dell’intelligenza artificiale ancora cercano un rapporto umano con un venditore umano, insomma, stanno cercando te, ma tu stai facendo di tutto per mandarlo via, per non rispondere alle sue esigenze, per non metterti in tasca i suoi (tanti!) soldi, per spingerlo verso i tuo concorrenti, concorrenti che hanno fatto una gara al ribasso che hai iniziato tu stesso, concorrenti che questi clienti preferiranno perché sono, molto semplicemente, disgustati dalla tua incapacità  di accontentarli.

“Non mi piace quanto scrivi, questo articolo è davvero razzista!”

È una reazione che mi aspetto, per questo la prevengo con una precisazione: se sostituissi la parola “stranieri” con altre, ad esempio “specializzati”, il risultato non cambierebbe affatto. Fra i tanti e tragici errori dei commercianti italiani, c’è stata infatti anche l’incapacità di rivolgersi al consumatore in modo chiaro, di identificare la propria nicchia di mercato e quindi di clientela. Molti hanno riempito gli scaffali di tanti prodotti diversi, così, giusto per vedere se almeno quelli si vendevano, con la conseguenza che non sono stati più percepiti come i veri specialisti in un settore, ma come dei commercianti tremendamente generici. A questo punto, tra un “gran bazar” e l’altro che differenza c’è? Poi, invece di arrivare lo “straniero”, è arrivato lo “specializzato”, che ha aperto proprio di fronte e ha mandato in frantumi tutto il giro d’affari del commerciante vecchio stampo.

La frase “tanto qui ci sono solo io” è nel commercio l’equivalente del “abbiamo sempre fatto così” delle PMI, affermazioni che hanno distrutto più partite IVA di quanto non abbiano fatto tutti i governi della storia repubblicana messi assieme. Commercianti e aziende italiane hanno le stesse colpe e sono destinati alla stessa fine, quella di chiudere per lasciare il posto a chi è stato più sveglio, più attento, più specializzato, più formato, più al passo con i tempi di loro. Questa è la realtà nuda e cruda e se nella tua mente stai ancora cercando delle scuse con le quali perdonarti, ricordati l’assioma di partenza: la merce sei tu, il tuo negozio, quello che se non cambierai chiuderà mentre altri apriranno al posto tuo, prendendosi tutti i tuoi clienti e tutti i tuoi soldi. Come sempre (e stavolta devo dire purtroppo), è… garantito al limone!





     

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  1. di Abderrahmane

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  2. di Italo

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